Il sogno tatuato: narra una giovane PiantaGrani.

 Avere il coraggio di perseguire i propri sogni.
Farlo nonostante tutto.
Ascoltare, provare emozioni, raccontarle.
Scrivere.
Non mollare, mai.

Maria Manzo.

Ci sono PiantaGrani sorprendentemente giovani e geniali. Noi li scoviamo.

Maria, è la prima delle Lune Crescenti ad avere meno di trent’anni. La sua storia, che ha scritto personalmente per  Storie di PiantaGrani, è molto significativa.

Mi piace intanto perché è un esempio per i tanti ragazzi -anche brillanti – che non trovano il coraggio di esprimere i propri talenti, di perseverare nelle scelte, di credere nei propri sogni;  mi piace anche perché Maria vive e lavora,  crea, sbaglia e impara e procede – quello  che fa una vera PiantaGrani – nell’Agro nocerino-sarnese, uno dei territori campani più ricchi di risorse, ma anche tanto abusato e svalutato anche a livello istituzionale.

Grazie, Maria per aver scritto la tua storia con il cuore, raccontandoci direttamente le tue difficoltà, ma anche il cospicuo raccolto che stai effettuando  e che, ne sono certa, continuerà ad essere prospero per te.

Loredana  Parisi  

Il seme, l’origine della storia

Non è facile parlare di ciò che si fa, se quello che fai nella vita è intriso di te in ogni minima parte, se lavorare significa mettere in ogni singola cosa un pezzo della propria anima.

Non è semplice parlare di sé, insomma.

Posso provarci raccontandovi una storia, la mia, che tra l’altro è anche il mio mestiere. Sapevo già cosa avrei voluto fare nella vita sin dalla terza media. In una “Giornata della Legalità” è stato un mio intervento su Giancarlo Siani, riportato da “Il Mattino”, a segnare la mia esistenza. Quando tornai a casa  e mi ritrovai tra le mani il modulo d’iscrizione per le scuole superiori, noncurante che le amiche viravano per altre rotte, io scelsi di frequentare il liceo classico, ma non quello standard. Scelsi la sperimentazione brocca. Avevo bisogno di avere uno sguardo completo sul mondo, una preparazione pressoché completa che solo quella formazione avrebbe saputo darmi perché avevo deciso cosa volevo fare della mia vita: volevo diventare giornalista, volevo scrivere, volevo “raccontare storie”.

Non ho più smesso.

Ho cominciato a muovere i miei primi passi nel mitico “Zuzzurellone”, il giornale degli studenti del “Tito Lucrezio Caro”, dando sfogo a quella voglia di mettere nero su bianco tutto ciò che poteva interessare la mente di un adolescente.

Qualche anno dopo, invece, “quelli del triennio” che  avevano qualcosa di interessante da dire sul mondo greco, latino, sulla filosofia, sull’arte potevano accedere all’olimpo di “Lyceum”, la rivista di approfondimento della scuola. Passai allo step successivo. Cominciai ad amare l’odore della carta di giornale, compravo in maniera compulsiva penne e blocchi per appunti (lo faccio ancora), i miei temi erano lunghi in media 9 colonne. A diciotto anni, per un caso fortuito, mandai un articolo di prova al quotidiano “La Città”, serviva un corrispondente dalla mia provincia. Fui presa. Ricordo ancora l’emozione del mio primo articolo, comprai una quantità smisurata di giornali.

Ricordo ancora le fughe in bagno durante la ricreazione per rispondere al cellulare e accordarmi su quale pezzo scrivere per pubblicarlo l’indomani. Ancora oggi fuggo nel bagno dell’azienda di turno per cui lavoro a rispondere allo stesso redattore, avendo nel cuore la stessa gioia. Ma mai la ragazzina di tredici anni avrebbe pensato che fare il giornalista non avrebbe “garantito”, poi, il pane quotidiano per campare.

Nonostante ciò, per perseguire il mio sogno, ho intrapreso altri lavori per mantenere in vita quello che mi dà la spinta per alzarsi ogni giorno.

Le intemperie, le prove

Le prime difficoltà, ovviamente, sono sorte quando da studentessa universitaria cominciai a prendere i primi incarichi da responsabile ufficio stampa. Quanti ne ho curati e mentre lavoravo capivo che avrei dovuto sfruttare la mia laurea a 360gradi, perché anche se era il più bello dei mestieri senza mamma e papà non sarei andata lontano. Mi stavo per laureare in Scienze della Comunicazione e decisi di mettermi in proprio, a 23 anni, aprendo un piccolo studio in cui mi occupavo di comunicazione e di eventi. Un lavoro nuovissimo per il mio territorio e per i tempi in cui cominciai a muovermi, quando non si era ancora capito che Facebook era un potenziale così grande per le aziende, giusto per rendere l’idea. Facevamo ancora i volantini.

Arrivò la laurea, poi l’iscrizione alla specialistica ed intanto  a fine mese si cercava di far quadrare i conti. Le corse ai consigli comunali, il piccolo impegno giovanile in politica i primi eventi organizzati, l’obbiettivo da non abbandonare, la “promozione” a wedding planner.

Alla creatività della penna si è aggiunta un’altra parte della mia anima, quella che da sfogo al mio estro  e che testimonia chi sono, quell’insieme di musica, romanticismo, poesia e parole che infondo in ogni fiore posto su un centro tavola ed in ogni battuta di un pezzo.

Organizzare un evento è un po’ come scrivere un articolo: si racconta sempre una storia. Una storia fatta di cuori, di emozioni, di persone che affidano a te il loro momento speciale, una bella responsabilità. Una strada difficile, irta, che si scontra con una mentalità poco preparata, ma che quando incontra le giuste corde riesce a far vibrare ogni cellula del corpo.

Quando qualcuno mi chiede che lavoro faccio io rispondo sempre: Raccontare Storie è il mio pallino. Cocciuta come sono in ogni post, in ogni evento realizzato, in ogni parola scritta sul giornale o in un comunicato non ho mai smesso di sognare e quando mi sono accorta di averlo fatto ho mollato tutto per ricominciare a sognare di nuovo.

mary-ufficiale
Maria Manzo, foto professionale di Emme Vittoria Marinella

 

Il raccolto, i risultati

Oggi mi ritrovo qui, a 28 anni, con tanta strada da fare, ma con una prima parte di raccolto nel mio cestino. Sono ancora lì a rispondere a telefono alla redazione de “La Città”. Il mio piccolo studio va man mano settorializzandosi. Ho trovato occupazione in varie aziende del territorio  e contemporaneamente avviato, insieme ad una piccola rete di imprese dell’Agro nocerino-sarnese, una start-up: “SWE- Sarno Wedding Event”, che si occupa di eventi e matrimoni. A giorni uscirà l’app per smatphone annessa al progetto.

Nel frattempo, invece, con un altro gruppo di giovani professionisti abbiamo messo su una società di Consulting, la “GAP Consulting Group”, che affianca aziende, cittadini e professionisti in ogni ambito giuridico, finanziario, tecnologico e del marketing per fornire consulenze a 360° e pubblicato, il neonato “Gap Magazine” in cui mi hanno insignito del ruolo di direttore responsabile. Un altro progetto è in atto, quello che almeno una volta nella vita dovrò realizzare, ma magari, poi ve lo racconterò.

Che scrivere oltre, di “grane” ne abbiamo a iosa, ma in fondo chi nasce PiantaGrani – come da accezione del blog per il quale sto scrivendo – non può morire sommerso dalle scartoffie dietro una scrivania.

Il PiantaGrani vuole sognare, e vedere il mondo e nonostante le difficoltà non smette di farlo. Io l’ho tatuato sulla pelle, il sogno e quando tutto sembra in discesa prendo lo specchio, mi guardo la schiena e mi rimbocco le maniche.

Nonostante la precarietà, nonostante le difficoltà, nonostante tutto.

di Maria Manzo

https://it.linkedin.com/in/maria-manzo-52a50a98

Foto di Emme Vittoria Marinella

2 pensieri su “Il sogno tatuato: narra una giovane PiantaGrani.

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