Carnevale, il re folle e grasso

Bevo per la sete che è da venire.
François Rabelais, Gargantua e Pantagruele.

 

Mangia, mastica, ingurgita, assaggia, inghiotti, lecca, saziati: è Carnevale!

La festa dove tutto è permesso: il sotto sale sopra, il folle diventa re, gli asini dettano legge; gli uomini si vestono da spose, le donne indossano i pantaloni, i piccoli diventano grandi e i grandi piccoli.

A Carnevale ogni scherzo vale e ciascuno fa i conti con ciò che non è, indossa una maschera volutamente sfogando l’inconscio libero dall’ordine stabilito per un giorno all’anno. Il capovolgimento della realtà, però, segue regole precise e la principale è mangiare, mangiare all’inverosimile. Perché?

Lo spiega la parola ereditata dai Latini: carnem levare, eliminare la carne.
Ma come? Si mangia o no a Carnevale?

La risposta è sì, il Martedì Grasso (ecco spiegato perché i giorni del periodo carnascialesco evocano l’obesità) è l’acme del godimento alimentare, l’ultimo avamposto della pancia a discapito dello Spirito. Il Mercoledì delle Ceneri inizia infatti la Quaresima, i quaranta giorni che preparano alla Pasqua, periodo di penitenza e astinenza, di riflessione e flagellazione, durante il quale si limita la carne che si vieta in giorni stabiliti. Non a caso l’impersonificazione di Carnevale in scene di teatro popolare di tanti paesi meridionali ha una moglie di nome Quaresima che ne piangerà la morte. Lei, vecchia e vestita a lutto, si dispererà di fronte al corpo del marito spirato per il troppo mangiare, esploso a causa del cibo e del vino.
Il fantoccio di Carnevale verrà poi bruciato e tra le fiamme delle sue carni fatte di paglia e cartapesta il paese lo piangerà, come si piange un periodo appena trascorso, una fase della propria vita.

Il re dei folli è il simbolo dell’inverno che diventa cenere e che ritornerà dopo la rinascita della primavera e il raccolto della canicola, morto lui si piange la fame e si spera che i quaranta giorni preparino l’anima all’abbondanza.

Allo stesso tempo per sconfiggere la miseria occorre mangiare, farlo tanto, fino all’inverosimile, tanto da star male. Una grande abbuffata che riempie di grasso il corpo e che ha un unico e vero re: il maiale.

Ucciso qualche settimana prima, visto che di lui non si butta mai niente (e l’alzamento delle temperature ne rovinerebbe il sapore), il porco sale sul trono delle tavole di Carnevale. Salsicce, ciccioli, zamponi e poi le cotiche e persino la coda, le orecchie e il muso, il corpo smembrato – come quello di Carnevale – dai norcini di casa è messo a bollire per ore nella salsa rossa dei pomodori d’agosto che perderà il sapore dell’estate e acquisterà quello dell’inverno. Il contenuto di questa cornucopia di carne diventerà il condimento per pasta abbondante, tanta pasta da restare e poi poter distribuire agli animali domestici in segno di buon augurio anche per loro.

C’è poi lo strutto, ottimo per la sfoglia da friggere e mangiare croccante: le chiacchiere, diventato il dolce per eccellenza di questa festa da Nord a Sud. In realtà, il dolce tipico dei nonni di questo periodo è il migliaccio impastato con farina di granoturco e addolcito con uva candita, un dolce giallo e dal sapore antico, oramai quasi dimenticato.

Come lo spirito del Carnevale, che una volta perso non ci farà più capire qual è il confine tra la miseria e l’abbondanza.

Testo e foto* di Simone Valitutto

*‘Mpacchiatrice (uomo travestito da donna con elementi floreali sul cappello e una gonna larga che si muoverà durante i giri della tarantella, tra le mani un fucile carico di borotalco) e Barbiere (maschera tipica che “farà la barba” goliardicamente agli astanti con attrezzi surreali) in pausa durante la Mascarata di Serino (Av), Carnevale 2011.

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