Il Milanese al Campdigrano: avvicinamento, scoperta e riscoperta.

Gregna, tummulo, vurredda, pisatura. Un mondo molto distante da me, il Milanese.

Si, perché superati gli appennini cambiano i dialetti, ma per tutti sei Il Milanese.

Questa è una storia di avvicinamento, di scoperta e riscoperta: valori, priorità, persone, sfumature, elementi che in quel di Milano e in particolare nel caotico ambiente “dell’innovazione”, spesso “ti sfuggono via” senza neanche che te ne rendi conto, perché l’importante è andare veloci, non fermarsi mai.

Ve lo dico subito, sono bastati 3 giorni a Caselle in Pittari per mettere in discussione il piccolo mondo che da 3 anni a questa parte mi sto costruendo e che, in qualche modo, mi fa sentire protetto e felice.

Ma torniamo a noi. Andiamo all’origine.

6 Luglio, squilla il cellulare, Loredana.” Ciao Andrea, allora sei pronto per partire? Quando arrivi ? “

Attimo di perplessità, io ero già partito e arrivato, in Liguria per lavoro.  Mancava un passaggio. È bastato l’entusiasmo con cui Loredana mi ha raccontato il suo Campdigrano2016 per convincermi a stravolgere i miei piani, accettare l’invito, fare 800km e arrivare qualche giorno più tardi in Cilento.

Esco dall’autostrada, dopo 10 minuti mi sentivo completamente perso, secondo Google Maps ero un puntino in mezzo al verde. Solo verde. Allargo la mappa, ancora solo verde. Appena mi sono reso conto di dove fossi, il mio cervello ha switchato, dalla punta della testa ho iniziato a sentire la fatica scendere fino a diventare un sorriso a 48 denti ( si, 48 perché è un numero che mi piace ).

Ed eccomi catapultato nel fantastico mondo di Campdigrano, neanche il tempo di scendere dalla macchina che mi aspettavano per il pranzo, un’enorme tavolata con tantissimi sorrisi e ogni ben di Dio. Si, anche il mio stomaco ha iniziato a ridersela soddisfatto.

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Il convivio al Campdigrano

Le parole d’ordine ufficiali di Campdigrano2017 sono i 4 RE: REstanza, REsidenza, REsistenza, REsilienza e la regina RElazione.

Un giorno dedicato ad ognuna delle parole d’ordine, la mattina attività in campo, pomeriggio e sera discussioni, confronti, ospiti e nuovi progetti.

Un viaggio attraverso la filiera dei grani antichi (del futuro) ma soprattutto attraverso un modello di comunità rurale che ha voglia di scrollarsi di dosso tutto ciò che è effimero, per ripartire da ciò che per secoli è stato.

“ Un momento di presa di coscienza della propria soggettività storica”

–  Palio del Grano –

Le parole con cui ho deciso di conservare il ricordo della mia settimana di Campdigrano2017 sono: Accoglienza, Condivisione, Folklore.

Accoglienza.

Si sa, noi italiani siamo un popolo accogliente, ma quando l’accoglienza si trasforma in scambio sinergico allora diventa esperienza di vita ed è sbagliato descriverla come mera educazione. È molto di più.

7 giorni, 3 generazioni, 1 paese che ha aperto le proprie case, le cucine, condiviso i ricordi per farci sentire parte di quella terra che loro vivono, conoscono e sentono l’esigenza di raccontare.

Ogni giorno storie, aneddoti, trucchi del mestiere e ogni giorno versioni e visioni differenti.

Tecniche di produzione, di conservazione, vicini di casa che discutono sulla forma migliore per far lievitare una pagnotta o sulla temperatura ideale del forno per sfornare un pane perfetto.

È qui che la voglia di conoscenza viene fuori e prende il comando. La curiosità personale e l’accoglienza di Caselle in Pittari fanno il resto per soddisfarla appieno.

Condivisione.

Condividere un proprio sogno ad un estraneo non è scontato: non si ha voglia, non se ne sente l’esigenza, non si vuole essere giudicati.

Chiedere ad un gruppo di 20 estranei (noi campisti) di far parte di questo sogno è ancor meno scontato.

Si, perché questa è la sensazione che si prova quando Antonio, Ivan, Michele, Giuseppe ti raccontano le loro storie, le difficoltà di un settore tanto particolare quanto tradizionale. Ti spiegano tutto, i dettagli sono importanti, vogliono essere sicuri che tu abbia capito perché così puoi dare meglio il tuo contributo nella risoluzione di un problema, o perlomeno nella sua discussione.

Questo aspetto mi ha colpito molto, il rendersi conto che la contaminazione esterna è necessaria per poter costruire qualcosa che di natura vuole essere chiusa per non rischiare di cedere all’effimero. Si, perché quando si lavora la terra, non c’è tempo per distrarsi.

Folklore.

Qui rischio di cadere in banalità quindi torno a nascondermi dietro al mio essere “Il Milanese”. Beh, non è che dove sto io capiti spesso di ascoltare musica provenire da qualcosa che non sia una cassa o un mixer, di sentire 15enni e 70enni cantare la stessa canzone a memoria (fatta esclusione per Bella Ciao, probabilmente), di vedere gente che danza alla luce del sole come se non ci fosse un domani. Cioè si, gente che balla si trova anche qui a Milano, ma di solito vede la luce dell’alba dopo una lunga notte al chiuso, magari.

Ogni ricordo di questa settimana è sempre accompagnato da una musica di sottofondo, probabilmente quella dell’organetto di Andrea. Tutti sanno suonare uno strumento e la musica scandisce ogni fase della giornata dando vita a ballate spontanee che generano energia. Energia che scorre tra la gente e che grazie alla gente si rigenera ed aumenta fino al fatidico giorno: il giorno del Palio.

La tensione sale, si sente, al Bar “La Sosta” – un must per noi campisti –  la gente inizia a parlare della sfida, i rioni si colorano, i giovani organizzano le macchine per il tradizionale bagno notturno a Sapri, in attesa della processione delle 6.

La giornata del Palio del Grano è stata la più emozionante, e proprio per questo non ve la racconterò. Ma il mio invito più sincero è quello di partecipare l’anno prossimo.

Non ho parlato dei campisti miei compagni di viaggio, sarebbe un capitolo troppo lungo, e piuttosto divertente: li ringrazio per la conoscenza che hanno voluto condividere in quei giorni. Grazie a Caselle in Pittari e grazie a te, Loredana che mi hai dato questo straordinaria possibilità di confronto e crescita.

Ci vediamo l’anno prossimo.

Andrea Sartorio

(testo e foto di Andrea)

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